La Mela Campanina nella storia

L’origine della Mela Campanina non è nota, ma sappiamo che è coltivata sin dal 1800 grazie al pomologo Giorgio Gallesio che la definisce “pomo di Modena”. E’ stata per molti anni uno dei pochi frutti consumati durante l’inverno dai ceti popolari perché si poteva conservare bene dato che il freddo ne migliorava le caratteristiche gustative.

La rusticità dell’albero e la lunga conservabilità dei frutti l’hanno accreditata soprattutto per il consumo locale, anche se non mancano testimonianze che ne attestano il commercio in Italia ed anche in alcuni mercati tedeschi.

Don Felice Ceretti, grande storico dell’antica Mirandola, in un suo articolo nell’Indicatore Mirandolese dell’Agosto 1877, parla di “Assai saporite sono le pesche di questo suolo e sono in molto pregio i pomi detti campanini dei quali nell’autunno si fanno larghe provviste e si trasportano fino a Venezia e ad altre città”.

Parecchi decenni dopo, verso la fine del 1900, lo studioso di tradizioni mirandolesi Vilmo Cappi, scriveva: “Tra la frutta, tipiche sono le mele campanine che ora stanno scomparendo perché sostituite da varietà e tipi più commerciali, ma che da non pochi vengono desiderate ancora e ricercate perché si conservano a lungo, tutto l’inverno, e mantengono sempre intatte la loro fragranza e la loro polpa bianca e pulita che sembra di marmo”.

Negli antichi frutteti, avremmo potuto sicuramente trovare qualche pianta di Mela Campanina che dovevano soddisfare le esigenze di tutte le famiglie della Bassa pianura modenese, per il maggior numero di mesi possibile nel corso dell`anno. Per i nostri nonni era il frutto che veniva consumato a pranzo, a merenda e a cena per riscaldare le fredde e nebbiose nottate invernali fino a primavera inoltrata.

Nel secondo dopoguerra la coltivazione della campanina è stata progressivamente sostituita e quasi del tutto abbandonata ed espiantata perché il mercato richiedeva nuove mele: più grosse, più dolci, più pesanti e dalle spese di gestione limitate per soddisfare le esigenze dei produttori e i desideri dei consumatori. I produttori di questo tradizionale frutto, visto il crescente disinteresse dei consumatori, hanno deciso di abbattere i loro vecchi meleti, senza reimpiantarne di nuovi.

Era l’era dello sviluppo economico, nascono così le celle frigorifere e gli incroci varietali generavano molte nuove mele. Le celle frigo funzionavano bene, ma il loro abuso rendeva la mela un frutto senza sapore. Quindi ecco il ritorno, timidamente, nelle sue zone di origine (modenese e mantovano) della Mela Campanina quel tipo di frutto che ha delle caratteristiche superiori alle altre mele e si conserva tutto inverno anche senza refrigerazione.

Fortunatamente alcuni frutticoltori che credevano nell’importanza e nella qualità del Pom Campanin hanno provveduto a mantenere in vita questa tradizione.

Soltanto in anni recenti, alcuni agricoltori hanno provveduto ad innestare su portainnesti di media o bassa vigoria la vecchia Mela Campanina, nonostante non fosse più ricercata come un tempo.

La Regione Emilia-Romagna in questi ultimi anni ha promosso un’iniziativa che ha lo scopo di limitare l’abbandono di un certo numero di produzione frutticole autoctone fra cui la Mela Campanina.

Queste iniziative hanno incoraggiato i produttori a non arrendersi e a continuare nella produzione dell’antica mela della nonna, riproponendo al consumatore questo frutto. Piano piano le caratteristiche della Campanina sono state apprezzate creando una richiesta di mercato, rilanciando la coltivazione e allontanando, almeno per ora, il pericolo che questa mela andasse perduta per sempre.

Ad oggi si tratta di una biodiversità preziosa per i nostri territori, infatti si presuppone derivi da un ceppo selvatico di questa specie di piante ed è particolarmente resistente alle malattie fungine.

Generalmente, le vecchie varietà sono maggiormente resistenti ai parassiti ed avversità ambientali perché nel passato vi erano scarsi mezzi per difendere le colture e di conseguenza venivano coltivate piante che più resistevano.